Per secoli il boia è stato il braccio della giustizia. O almeno di quella che ogni epoca ha chiamato giustizia. Era colui che eseguiva la sentenza, l’ultimo anello di una catena che iniziava nelle aule dei tribunali e terminava sul patibolo. Non decideva la colpa, non pronunciava la condanna, non scriveva le leggi. Eppure era lui a portarne il peso più evidente.
L’ultimo volto che il condannato vedeva.
L’ultima presenza tra la vita e la morte.
Gli uomini senza nome
Per lungo tempo i boia hanno vissuto ai margini delle città.
Abitavano quartieri separati, case assegnate dalle autorità, spesso lontane dal centro abitato. Venivano evitati nelle osterie, nelle piazze, nei mercati. Erano necessari e al tempo stesso temuti. Lo Stato aveva bisogno delle loro mani, la società della loro assenza.
Molti svolgevano altri mestieri per nascondere la propria identità. Alcuni facevano i conciatori, altri i mercanti, altri ancora gli artigiani. A Roma il più celebre di tutti fu Giovanni Battista Bugatti, passato alla storia come Mastro Titta. Per quasi settant’anni fu il boia dello Stato Pontificio, ma quando non era impegnato nelle esecuzioni conduceva una vita apparentemente ordinaria, vendendo e verniciando ombrelli.
La sua vicenda racconta molto di ciò che significava essere un boia.
Non era soltanto un mestiere.
Era una condizione esistenziale.
Un marchio.
Un’identità che doveva restare nascosta e che proprio per questo finiva per diventare leggenda.
Il paradosso morale
Nella figura del boia si concentra uno dei grandi paradossi della storia umana.
Chi era veramente?
Un assassino autorizzato?
Un funzionario dello Stato?
Un servitore della legge?
Oppure una vittima anch’egli, condannato a compiere ciò che gli altri non volevano fare?
La letteratura si è nutrita di questa ambiguità.
Perché il boia è un uomo che vive sul confine. Non appartiene ai vivi né ai morti. Non è il giudice e non è il condannato. È una figura liminale, sospesa, quasi metafisica.
Forse per questo gli scrittori lo hanno amato.
Il boia nella letteratura
La letteratura ha trasformato il boia in qualcosa di più di un semplice esecutore.
Ne ha fatto una maschera dell’anima.
Da Victor Hugo a Dostoevskij, da Kafka a Camus, il carnefice è diventato il simbolo del rapporto tormentato tra giustizia e pietà.
In L’ultimo giorno di un condannato, Victor Hugo sposta lo sguardo dal boia alla vittima e mette in discussione l’intero sistema della pena di morte. Il carnefice quasi scompare dalla scena, ma proprio questa assenza diventa eloquente: il vero protagonista è il meccanismo che conduce un uomo verso il patibolo.
Dostoevskij affrontò il tema da una prospettiva ancora più intima. Sopravvissuto a una finta esecuzione prima della deportazione in Siberia, conosceva il significato dell’attesa della morte. Nei suoi romanzi la colpa e la punizione non coincidono mai del tutto e la giustizia degli uomini appare spesso incapace di comprendere la complessità dell’animo umano.
Albert Camus, nel Novecento, compì un passo ulteriore. Nei suoi scritti contro la pena capitale il boia diventa quasi secondario. Ciò che conta è la responsabilità collettiva. Se un uomo viene ucciso in nome della legge, sosteneva Camus, la responsabilità non appartiene soltanto alla mano che esegue il gesto, ma alla società che lo autorizza.
Anche Franz Kafka sfiorò questo territorio. Nei suoi mondi opprimenti la condanna precede spesso la colpa e l’esecutore perde un volto preciso. Il carnefice diventa il sistema stesso.
E forse è qui che il boia letterario compie la sua trasformazione definitiva.
Non è più un uomo.
È una funzione.
Una responsabilità distribuita.
Una colpa condivisa.
Quando la poesia incontra il patibolo
Anche la poesia si è confrontata con questa presenza ingombrante.
Uno degli esempi più significativi è quello di Giuseppe Gioachino Belli, che dedicò diversi sonetti a Mastro Titta e alle esecuzioni pubbliche della Roma papalina. Nei suoi versi il boia non è soltanto il carnefice. È un elemento del teatro umano, una figura che rivela le contraddizioni della società e il rapporto ambiguo che il popolo intrattiene con la morte.
La poesia osserva ciò che la cronaca registra.
La cronaca racconta il gesto.
La poesia cerca l’anima.
E così il boia diventa qualcosa di diverso: non più soltanto colui che uccide, ma colui che porta sulle spalle il peso simbolico della morte collettiva.
Da una parte c’è l’etica, che si interroga sulla legittimità della pena e sulla responsabilità individuale.
Dall’altra c’è la poesia, che guarda l’uomo nascosto dietro il ruolo.
Il risultato è una figura tragica, quasi shakespeariana.
Il boia nella musica: la voce dell’ombra
Se la letteratura ha raccontato il boia come figura tragica e misteriosa, anche la musica ne ha raccolto l’eredità.
Uno degli episodi più curiosi e affascinanti riguarda Mina. Quando incise Stay With Me, volle che la voce del boia fosse interpretata da Piero Pelù.
L’aneddoto, raccontato negli anni dagli stessi protagonisti, è diventato quasi leggendario.
Alla telefonata della cantante, Pelù avrebbe risposto incredulo:
«Io? Il boia?»
E Mina, con l’ironia che l’ha sempre contraddistinta, replicò:
«Ma tu non sei El Diablo?»
Dietro quella battuta si nasconde però qualcosa di più profondo.
Mina aveva intuito che il boia, nell’immaginario contemporaneo, non è soltanto un esecutore di sentenze. È una voce oscura, una presenza inquietante, un’ombra che accompagna il destino degli uomini.
Anche nella musica, dunque, il carnefice smette di essere una figura storica e diventa un simbolo universale.
Milano, Antonio Boggia e gli ultimi giorni del patibolo
La storia dei boia incrocia anche una delle vicende criminali più celebri dell’Ottocento italiano.
Quella di Antonio Boggia.
Muratore, truffatore e assassino seriale ante litteram, Boggia terrorizzò la Milano degli anni che precedettero l’Unità d’Italia. Uccise più persone per interesse economico e tentò di occultarne i corpi, guadagnandosi il titolo di primo serial killer della storia milanese.
Quando fu condannato a morte, nel 1862, accadde qualcosa di significativo.
A Milano la figura del boia era ormai praticamente scomparsa. Per eseguire la sentenza si dovette ricorrere a carnefici provenienti da altre città del Regno, secondo le cronache dell’epoca uno da Torino e uno da Parma.
È un dettaglio che racconta un cambiamento storico.
La modernità stava avanzando.
Le esecuzioni pubbliche continuavano a esistere, ma la figura del carnefice cominciava a diventare un residuo del passato.
Come se la società volesse ancora la pena, ma non più il suo volto.
L’ultimo boia
Quando si parla di boia, il nome che emerge più di ogni altro è quello di Mastro Titta. Non fu l’ultimo boia italiano in senso assoluto, ma fu certamente l’ultimo grande boia a entrare nell’immaginario collettivo e il più celebre della nostra storia.
Dopo di lui altri esecutori continuarono a operare nell’Italia unita, ma sempre più lontani dagli occhi della popolazione.
Il loro destino fu quello di tutti i carnefici moderni.
Scomparire.
Non solo dalle piazze.
Anche dalla memoria.
L’ombra che rimane
Oggi il boia non esiste più nelle nostre piazze.
Non attraversa più i ponti all’alba.
Non sale più sul patibolo davanti alla folla.
Eppure continua ad abitare il nostro immaginario.
Lo ritroviamo nei romanzi, nelle poesie, nelle canzoni, nei film, nelle cronache nere. Ogni volta che una storia parla del confine tra giustizia e vendetta, tra colpa e punizione, il fantasma del boia torna a camminare accanto a noi.
Forse perché rappresenta una domanda che non abbiamo mai smesso di porci.
Chi porta davvero il peso delle nostre sentenze?
E soprattutto: quando una società decide di punire, chi è il vero carnefice?
L’uomo che abbassa la lama o la comunità che glielo ordina?
Forse il mistero del boia non è mai stato il suo nome.
Non importa sapere chi fosse davvero l’uomo nascosto sotto il cappuccio, dove abitasse o quale volto mostrasse quando tornava a casa.
Il vero mistero è un altro.
È capire perché, ogni volta che una società decide di punire qualcuno, senta il bisogno di nascondere chi esegue quella decisione.
Come se l’umanità, da sempre, avesse compreso una verità difficile da accettare: il boia non è soltanto colui che impugna la lama.
Il boia è anche la coscienza collettiva che quella lama ha voluto forgiare.
Ed è forse per questo che continua ad affascinarci.
Perché dietro il cappuccio del carnefice non vediamo soltanto un uomo.
Vediamo il riflesso delle nostre paure, delle nostre contraddizioni e della domanda più antica di tutte: fino a che punto siamo disposti a spingerci in nome della giustizia?
Salvatore Sconzo